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Guida tascabile per navigare blockchain ed essere pronti all’inevitabile

Anche detto… perché ignorare la tecnologia non ne fermerà l’adozione, ma ti escluderà dal futuro.

Ognuno di noi oggi ha un cellulare in tasca, e i nostri cellulari, diversamente da qualche anno fa sono connessi alla rete internet. Senza la connessione oggi molti cellulari sono buoni solo a fare i fermacarte.

Eppure agli albori di internet in molti ritenevano che i computer non si sarebbero mai trasformati in strumenti commerciali, popolari e indispensabili a tutti.

Celebri citazioni dimostrano come anche soggetti che avessero estrema prossimità alla tecnologia abbiano in passato negato che la possibilità di una adozione di massa degli strumenti informatici.

Non c’è alcuna ragione per cui ognuno dovrebbe avere un computer in casa Ken Olsen, fondatore di Digital Equipment Corp, 1977

E questo non vale solo per strumenti e infrastrutture, ma anche per servizi.


L’email ad esempio, si stima sia stata inventata circa 47 anni fa. Prima dello statement di Olsen. E chiunque di noi oggi ha una email, tant’è che si stima si mandino più di 247.000.000.000 di email ogni giorno.


Numeri impressionanti.

Ma com’è possibile che non si riuscisse a vedere questa potenzialità della tecnologia solo una manciata di anni fa e oggi sia così in voga?

Il fenomeno è descritto da Gartner, detta Curva di Hype.





Infatti, a partire da una innovazione tecnologica che tipicamente nasce e si sviluppa nelle università o comunque nei centri di ricerca, questa viene diffusa al mercato. Prima alle aziende tipicamente e poi al consumatore, la tecnologia troppo spesso viene venduta sulla base delle potenzialità in questa fase, prima ancora che per le sue effettive capacità.

Questo ha il vantaggio impressionante di aumentarne la popolarità in modo dirompente e in pochissimo tempo si raggiunge quello che può essere chiamato come Massimo di Popolarità. O di Illusione se preferiamo, visto che in altrettanto poco tempo, realizzatosi che le potenzialità non sono ancora espresse, possibili, disponibilità, il pubblico tende a disilludersi.

Ed è questa fase critica, nella quale le aspettative che la tecnologia ha promesso sono note al pubblico ma non ancora espresse, che condice fino a un momento che possiamo chiamare Minimo di Disillusione. In questa fase il pubblico è portato a ritenere che la tecnologia non serva a nulla e per questo che non servirà più a nulla.

Peccato che lo sviluppo tecnologico non soffre delle stesse oscillazioni.

Questa anzi prosegue a crescere e svilupparsi, con più o meno investimenti, più o meno hype, più o meno interesse.

Fino al momento di svolta. Quello in cui la tecnologia diventa più verosimile, accessibile, efficiente ed efficace e la sua diffusione diventa comune, utile, generalizzata.

Questo per dire che Blockchain vive e vivrà lo stesso ciclo vitale.

Da una fase di Hype, le attese verranno disilluse e nuove promesse verranno fatte, mentre i protocolli, i casi d’uso e gli strumenti infrastrutturali cresceranno per portarne l’adozione comune.

Non è da tutti essere visionari. Non è nemmeno importante esserlo secondo me.


Dobbiamo tenere allenata la mente a fare domande. A farci domande. E ovviamente a cercare le risposte.

Le tre caratteristiche di Blockchain da tenere a mente, che secondo me la renderanno una tecnologia applicabile su larga scala sono 3:


1- Valore digitale: blockchain permette di creare una vera e propria scarsità di informazioni digitali. La base perché qualcosa sia di valore è da sempre che quella stessa cosa sia scarsa, misurabile. Ebbene solo blockchain finora è stata in grado di garantire tecnologicamente che un bene digitale fosse disponibile in modo “limitato” e senza un intermediario che ne garantisse l’unicità.

2- Programmabilità: essendo blockchain un protocollo di comunicazione digitale si porta con se tutti i vantaggi dell’applicazione dell’automazione. E qui una digressione è di dovere sui cosiddetti Smart Contract; così si sono chiamati i programmi di Ethereum, da non essere confusi con i Computational Contracts, contratti computazionali che per l’appunto non sono legati a una o un’altra tecnologia, ma si ripropongono di riprodurre gli effetti di un contratto legale in codice informatico. Senz’altro con l’integrazione degli uni con gli altri potremmo raggiungere in futuro una (fortemente auspicabile) automazione anche legale legata agli asset digitali.

3- Pubblica utilità: proprio per le sue caratteristiche di distribuzione, blockchain si ripropone di essere di tutti, accessibile a tutti. L’ideale che sottende la tecnologia è molto più forte che in ogni altra mi viene da dire, perchè senza che la rete sia popolata di soggetti che credono nella decentralizzazione e nel controllo informativo… beh mancherebbe la necessità di adottare un sistema simile. Per essere chiari, se comunicare con tutti e dare un’informazione uguale a tutti, è faticoso in termini di tempo e risorse, si può dire che “ne vale la pena” solo se c’è un interesse forte e diffuso all’accesso alle informazioni. Penso che in futuro, con più i nostri valori e interessi si muoveranno online, così crescerà anche l’interesse a conoscere, gestire, controllare. E blockchain è la tecnologia perfetta per questo.

Ed è da queste tre caratteristiche che possiamo valutare se un caso d’uso sia fondato sui principi cardine di cui Blockchain è espressione.


Ma non solo. Infatti le capacità tecniche non sono infinite e sterminate. Ci si può definire precursori dei tempi solo se si esegue qualcosa, non solo a raccontare che si utilizza una tecnologia per qualcosa che non è ancora utile e/o possibile.


Per questo eccovi 4 domande da farvi quando vi trovate di fronte a un caso d’uso in cui vi si propone o state pensando di usare Blockchain.

Se le risposte sono tutte positive, bene siete in un caso d’uso che potrebbe avere un futuro.





1. Nel mio caso d’uso è coinvolto un database o set di dati?

Se c’è un insieme di dati, pubblici o comunque distribuiti coinvolto nel caso d’uso, ottimo! Blockchain rimane un’opzione, puoi ora chiederti….


2. Ci saranno molti utenti ad utilizzare il mio database?

Se i dati di cui tratto devono essere accessibili a molte parti in modo omogeneo, ebbene blockchain può essere una soluzione, in quanto permette un accesso appunto distribuito a tutte le parti della rete. Se invece c’è un soggetto che deve essere l’unico ad accedere al set di dati.. blockchain non è una buona idea.


3. Gli utenti hanno bisogno di fidarsi gli uni degli altri?

Ebbene sul concetto di fiducia digitale sarebbe bello discutere ancora più a lungo, ma agli scopi della presente trattazione… le persone che interagiscono sulla rete si conoscono? devono scambiarsi valore e avere uno strumento che garantisca loro integrità di quanto si scambiano? Se la risposta è sì, dobbiamo chiederci...


4. Il problema che sto cercando di risolvere è causato o amplificato da un intermediario?

Si sa che per avere una certificazione, avere un unico punto di validazione rende il sistema molto più agile e scalabile, quindi se gli utenti si possono fidare di un’autorità centrale, allora blockchain potrebbe non essere la soluzione più efficiente.

Al netto quindi di queste domande, che rimangono a mio avviso come lente generale e iniziale per capire se e quando blockchain sia potenzialmente interessante, rimane come dato di fatto che la tecnologia ancora deve fare passi avanti.

Mancano ancora le risposte a molte domande importanti come, come facciamo a garantire la veridicità dei dati inseriti su una blockchain? Oppure ancora, come facciamo a verificare l’identità di chi si interfaccia col sistema, senza comprometterne in modo irreversibile la privacy e la riservatezza?



Insomma, ancora mancano dei tasselli al puzzle, ma è proprio riconoscere che mancano i tasselli che forse questa volta ci salverà dal creare falsi miti e false aspettative riguardo una tecnologia che senz’altro, scollinato l’hype e la disillusione, è destinata a cambiare il nostro modo di vivere il digitale.
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